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LO SCHIAVISTA E LA FEMMINISTA

Aggiornato il: 27 ago 2019

Lo Schiavista, di Paul Beatty

L'uguaglianza è un tema che sta caro a molti oggi. Forse perché dopo anni a rincorrere la specialità, a bramare la straordinarietà, a immaginarci beautiful mind, ci piace pensare che siamo tutti (speciali) uguali.

O forse perché in un'epoca in cui tutti possono fare tutto e anche l'ultimo orfanello del Congo può sconfiggere l'ebola e prendere una laurea in Ingegneria Aerospaziale, l'uguaglianza sembra qualcosa di davvero possibile.


Io sono una donna, una categoria tra le più svantaggiate, dopo i neri, i portatori di handicap, gli omosessuali e i disoccupati. In quanto donna ho il diritto di credere nell'uguaglianza, la parità dei miei diritti rispetto a quelli degli uomini. Anzi, come donna di quest'epoca, la lotta per l'uguaglianza è diventata un dovere. Lottare perché tutte le donne possano andare a scuola, lo devi alle sessantottine che si sono battute per farlo. Lottare perché tutte le donne possano esprimere le proprie opinioni, lo devi alle suffragette che hanno perso la vita pur di farlo. Lottare perché io possa fare la stessa identica vita che ha scelto un mio coetaneo maschio scapolo con l'obiettivo di una RAL da 100k entro i 30. Questo lo devi alle donne che ogni giorno rinunciano a tutto per imporre la loro indipendenza, la loro forza, il loro coraggio e il loro non avere di meglio da fare che stare in ufficio fino alle 11 di sera.

Lo devi fare per sbatterlo in faccia a quegli uomini che non credevano in te in quanto donna, che vedevano in te solo suscettibilità, fragilità, tette piccole.

Lo devi fare per non essere un nemico del progresso, per sostenere gli amanti dell'estinzione biologica.


Paul Beatty è un nero. La classe più discriminata al mondo. Perché una donna può farsi asportare le ovaia e darci dentro nella carriera, un portatore di handicap può indossare le protesi e vincere le Olimpiadi, un omosessuale può fare un film erotico scritturando due manzi etero che pomiciano. Ma un nero, o è Michael Jackson, o rimane un nero.

La lotta razziale comincia quasi insieme a quella femminile. E l'esito non è troppo diverso. Un nero ha il dovere di credere nell'uguaglianza. Anche i non neri hanno il dovere di credere nell'uguaglianza. Anche perché sono soprattutto i non neri a imporlo.


Negli ultimi anni neri, donne, omosessuali, sono diventati schiavi dell'uguaglianza. Non rispettare, o peggio non credere nell'uguaglianza è diventato il peggior crimine di cui macchiarsi.

Perché non credere nell'uguaglianza è sputare in faccia a chi è morto per l'uguaglianza. Significa voler portare l'umanità indietro di cent'anni. Significa essere uno di quelli che hanno preso parte al Family Day o uno di quelli che la sera amano andare in giro con un cappuccio bianco.


L'uguaglianza è diventata un bene primario più importante del wi-fi e un bel messaggio da mettersi in bocca che fa vendere più dell'iPhone. Quello che per tutto questo tempo non abbiamo voluto accettare come veramente importante è la libertà. Libertà di pensare che non siamo tutti uguali, libertà di fare scelte che a volte possono essere considerate moderne, altre volte più dettate dall'istinto. Libertà per un nero di dichiararsi profondamente, storicamente, musicalmente diverso da un bianco. Libertà per una donna di non sentirsi in dovere di capire il fuori gioco o di dover saper usare un trapano per far valere la sua indipendenza. Libertà di riconoscere le differenze, amarle, custodirle come qualcosa di prezioso per costruire una società su di esse, non una società che vuole nasconderle, fingere che non ci siano.

Una società come quella della Dickens de Lo Schiavista, un ghetto in cui Paul Beatty riporta la segregazione razziale, i posti a sedere per soli bianchi, un'istruzione su classi sociali e lo schiavismo, per farci capire che non c'è vera libertà se un nero non ha il diritto di credere nella diversità da un bianco. Così come non esiste libertà se una donna non ha il diritto di diventare madre.


INTENSITÀ DELLO STOIC PUNCH: 8,9
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