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INSIDE LLEWYN DAVIS' FAILURE

Aggiornato il: 27 ago 2019

A proposito di Davis, di Ethan e Joel Coen


Uno degli effetti più sottovalutati della progressione? La mediocrità.

In un mondo in cui tutto è già stato detto, fatto e scritto, restano poche alternative per chi non nasce Stephen Hawking per contribuire all’evoluzione e sentirsi davvero speciali. Nella maggior parte dei casi poi, quella scintilla, quella vocina che ti dice che hai qualcosa di esclusivo e prezioso, presto o tardi si spegne.

Per qualcuno realizzare la propria mediocrità è facile e indolore, quasi impercettibile. Probabilmente grazie a una corretta propensione all’umiltà o semplicemente per scarsa scolarizzazione.

Per altri invece, mettere a tacere quella convinzione di unicità può essere un processo a base di tormento, condito con arroganza e autoconvincimento, che alla fine ti lascia in bocca un gusto amarognolo di insicurezza.

Perché in un mondo in cui tutto è già stato fatto, presto arriva l’idea che tutto può essere fatto da chiunque: chiunque può farsi un’auto-diagnosi medica, chiunque può aprire una startup, chiunque può salire su un palco e avere l’xfactor. Ed è così che in un mondo in cui chiunque può fare qualunque cosa, si riparte tutti da zero. Tutti uguali. Tutti mediocri.

La storia di Llewyn Devis è la storia di un mediocre. Uno dei tanti che ancora non si danno pace. Uno di quelli resi mediocri proprio dall’evoluzione, schiacciato da una passione troppo diffusa, un campo troppo monetizzato, un talento troppo poco misurabile.

Llewyn Devis è un musicista. E la cosa davvero interessante è che è un musicista in un’epoca in cui la musica, diremmo noi, non era ancora così commerciale come quella di oggi. In quell’epoca non esistevano i talent show, le piattaforme di streaming, i download illegali e i live in playback. Eppure i modi per emergere sembrano terribilmente simili a quelli di oggi: agganci giusti, pezzi orecchiabili, giudizi in base all'applausometro.

Per tutto il film la storia di Llewyn sembra raccontarci quanto sia sempre stato difficile diventare speciali, levarsi dalla mediocrità. Lui è uno di quelli che ce la può fare, che ha la determinazione per farlo, o meglio il masochismo per farlo. Se non è speciale uno come lui, chi può esserlo? Eppure alla fine è proprio uno di quelli che falliscono.

Senti l’eco del fallimento sulle note di Please Mr Kennedy e nel successo che i suoi testi vuoti riscuotono, ne senti il fischio Five Hundred Miles Away nel cretino che vuole farti le scarpe, te lo sputa addosso un bastardo incontrato per caso, te lo dichiara irrevocabilmente il produttore che tanto speravi di conoscere. Proprio quando pensavi di aver dato tutto, proprio quando eri quasi arrivato, arriva il tuo Bud Grossman a dirti che quello che fai non va bene.

E allora cerchi di abbracciare la tua mediocrità, di andare avanti. In questo caso: di ricominciare tutto daccapo.

Quindi dimentica i talent, le scorciatoie, gli agganci strategici. La vita presto o tardi ti rimette al tuo posto, anche dopo un’esibizione da paura. Perché del tuo sentirti speciale non frega un cazzo a nessuno. Solo a quel vecchio incontinente di tuo padre.




INTENSITÀ DELLO STOIC PUNCH: 8,7

Se non hai mai visto questo film e hai qualche velleità artistica → prima di guardarlo, assicurati di non avere sedie né corde in casa

Se non hai mai visto questo film perché quando lo davano giocavi a calcetto → puoi farne a meno e impiegare meglio il tuo tempo

Se hai visto questo film e ti è venuta voglia di riguardarlo → fammi sapere se questa volta lo Stoic Punch ti è arrivato

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