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2022, A MILLION

Aggiornato il: 27 ago 2019

22 A Million, di Bon Iver

Nel 2010 in molti avevano la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa di grande. Molti avevano trovato il coraggio di pensare che quello che avevano avuto la fortuna di conoscere oggi forse un domani sarebbe stato raccontato ai propri figli. E con lo stesso orgoglio che riempie i genitori quando parlano dei Pink Floyd o i fratelli maggiori con i Nirvana.

It might be over soon. È un monito o una profezia? Più probabilmente uno dei tanti versi che ci ricordano che Bon Iver ha sempre saputo con chi aveva a che fare. In questo caso: l'era della musica 2.0, dove tutto si ascolta in shuffle e nel tuo daily mix, dove tutti concedono all'ascolto di un disco un livello di concentrazione basato sui megabyte offerti dalla propria compagnia telefonica, dove ogni musicista sa di avere circa uno-due anni per dire tutto quello che ha da dire, per poi fare spazio al prossimo.

It might be over soon. Forse la fama di Bon Iver non giungerà fino ai nostri figli. Eppure sono passati più di due anni e noi quel magnifico 2011 ce lo ricordiamo ancora bene. Non abbiamo ancora dimenticato quell'album che ha irreversibilmente definito la musica che ascoltiamo oggi.

It might be over soon. Forse nessuno domani comprerà i dischi di Bon Iver. Eppure lui sembra non aver fatto caso alle vendite, quando nel 2016 ha deciso di portare avanti le proprie idee, come solo un vero artista senza un orecchio saprebbe fare.

Nell'era della riproduzione casuale, delle shazammate, delle selezioni di brani tematiche, Bon Iver ritorna nel mondo della musica con un concept album, con pezzi inascoltabili e incomprensibili singolarmente. E le prime parole con cui esordisce sono It might be over soon. Sussurrate, autotunate, robottizzate, sembrano quasi l'incipit di una lettera di addio.


Mi ci sono voluti due anni per capire 22, A Million. La prima volta che l'ho importato sul mio iPod (perché sì, io uso ancora un iPod), ho pensato che fosse andato storto qualcosa, per via dei titoli talmente hipster da sembrare i nomi di file corrotti.

La prima volta che l'ho ascoltato, divorandolo tutto d'un fiato, con la voracità di quando volavo via i nuovi Harry Potter appena usciti, ho pensato che fosse tutto finito, che ai ragazzi fosse scappata la mano, che avessero voluto strafare, in virtù di un avanguardismo e un tecnicismo troppo ostentato. Come solo i peggiori manieristi farebbero.

Poi sono passati mesi: nuovi album sono stati importati su quello stesso iPod, nuovi artisti si sono esibiti live, nuovi daily mix mi sono stati suggeriti. Ed è stato proprio guardandomi attorno che ho capito che Bon Iver c'è riuscito un'altra volta.

Eccome se c'è riuscito.

Ancora una volta le scelte incomprensibili che ha preso nel 2016, quegli arrangiamenti stratificati, quei suoni distorti, quei crescendo potenti, quegli ammiccamenti reichiani, quello sforzo per tirare fuori l'essenza di ogni strumento, è ciò che ogni bravo musicista e ogni bravo produttore sta facendo oggi. E probabilmente è quello che farà per i prossimi anni. Fino al prossimo album di Bon Iver.

Quello che a orecchie miscredenti può sembrare esibizionismo, ostentazione, ego, forse è solo il gesto filantropo di qualcuno che capisce l'importanza di migliorare il mondo della musica, di farlo progredire. Quindi il gesto di un visionario che ci prende per mano e ci accompagna verso il futuro. Con la dolcezza di un falsetto, la drammaticità di una corda distorta e l'intensità di una grancassa da 28 pollici, Bon Iver ci insegna nuovi suoni, ci educa a nuovi gusti, ci abitua a nuove esigenze e dipinge il futuro, rischiando di passare per pazzo tra i suoi contemporanei.

Come un Kandinsky prende la musica, la scompone e ne riproduce l'anima più pura. Come un Fontana ci mostra che a volte quello che conta è soprattutto l'idea. Come un Van Gogh ci fa emozionare davanti allo sforzo che c'è in ogni pennellata. Non so se i miei figli sapranno chi è Bon Iver. Quello che so è che ascolteranno i suoi effetti.


INTENSITÀ DELLO STOIC PUNCH: 8,2
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