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19 for 19



#19 IDLES - I Dream Guillotine.


Se un B-Side rimasto fuori da uno dei migliori album del 2018, “Joy as an Act of Resistance”, va a finire nei top del 2019, vuol dire che l’urgenza con cui Joe Talbot & Co. stanno sputando fuori il rigurgito dello spaccato britannico (fresco di Boris Johnson) è un campanello d’allarme che non smetterà di riecheggiare: la routine frastornante. Le 18:00. Solite facce, solito fardello. Il peso di una working class di thatcheriana memoria. Non rimane che sognare la ghigliottina.


Punch Line: We’re not fine. Tell that to the frontline, the bread line, the welfare line.

The factory line.


#18 Loma Prieta - Continuum.


Se cercate su Google “Loma Prieta” nel 99% dei casi quel che vi uscirà è un reportage fotografico del terribile terremoto che colpì San Francisco nel 1989. I californiani all’inizio della carriera erano proprio così, delle onde emotive della portata di un maremoto. Soffocanti. È il 2019, loro non sono più ragazzini e come un Kraken riemergono dall’anonimato underground in cui si erano rintanati, 4 anni dopo “Self Portrait”, regalando 3 minuti e 45 secondi in cui lo shoegaze sognante si fonde con lo screamo di cui sono l’emblema fin dal concepimento. Ci rivediamo nel 2020.


Punch Line: I’m a body where my brain is.


#17 The National - Not in Kansas.


Quando lasci sei minuti di spazio a Matt Berninger in un album nato per essere collaborativo con tante (troppe?) voci femminili, ottieni uno dei migliori episodi di “I Am Easy to Find.” Il DNA dei The National recupera un’intimità solenne, quasi liturgica, in una catarsi che ricorda l’incidere tanto caro a Leonard Cohen. È il palcoscenico su cui convergono tutta la dolcezza rappresentata da quella Alicia Vikander in copertina e la malinconia autoriale del gruppo di Cincinnati.


Punch Line: Now I’m reading whatever you give me. It’s half your fault so half forgive me. I’m way behind in reflex math. Biphasic sleepless emotional crashes.


#16 FKA Twigs - Home With You.


Capita che alzi la cornetta e chiami un mostro sacro come Nicolas Jaar ad aiutarti nella produzione e nella scrittura di “Magdalene.” Che Tahliah Debrett Barnett abbia una voce capace di disintegrarti e bruciarti dentro, non è una novità. In “Home With You” decide di avvalersi della solitudine di un pianoforte e di un violoncello infranto, con delle incursioni flash di beat elettronici che suonano come uno sfarfallio dissonante, pronti per la sublimazione della sua voce.


Punch Line: I didn’t know that you were lonely. If you’d have just told me, I’d be home with you.


#15 Portrayal of Guilt - Scarcity.


Non possono essere in tre. Non possono essere in tre. Più o meno mi sono ripetuto queste parole come un mantra quando a settembre ho visto questi tre giovani texani radere al suolo la Santeria, in apertura a Touché Amoré e Deafheaven. Nonostante l’urlato non sia più tra i miei ascolti prediletti, questo pezzo è di una violenza nichilista che non può passare inosservata. Carta vetrata strofinata con cura sulla pelle dei malcapitati ascoltatori.


Punch Line: What does desperation bring? The purest evil shows its face.


#14 Thom Yorke - Dawn Chorus.


Una mia vecchia maglietta dei Carpathian (R.I.P.) recita “I am the last romantic”. È una citazione che, anche scherzosamente, ho fatto mia. Così quando su Netflix ho visto il film di 15 minuti girato da quel mammasantissima di Paul Thomas Anderson per la nuova uscita di Thom e partono le flebili note emesse da Dawn Chorus, sorrette da una coreografia sensuale di sguardi, che si dipana sullo sfondo di murales notturni, lampioni giallastri e foglie autunnali che si librano in aria, tra me e i miei occhi lucidi, ho sussurato: “cazzo sono proprio last romantic”.


Punch Line: If you could do it all again. Yeah, without a second thought I don’t like leaving. The door shut. I think I missed something. But I’m not sure what.


#13 Michael Kiwanuka - I’ve Been Dazed.


Il flow di questo pezzo, che roba. Chitarre liquide e vagamente trippy che dialogano a meraviglia con le anime più soul e r&b del cantautore britannico. Un Michael sornione e spirituale, in pace con se stesso, che con la sua voce ti fa entrare in modalità zen tempo zero e scaccia via ogni pensiero, proiettandoti con la mente in posti lontani in cui vorresti essere, ma non sei. E, poi, finalmente, potrete non ricordarlo più solo per essere l’artista con la canzone dei titoli d’apertura della serie HBO “Big Little Lies”.


Punch Line: I need peace of mind. Help me carry on.


#12 Ceremony - From Another Age.


La galassia del cambiamento. Quando avevo 16 anni ero nella fase “punk or die”. Qualsiasi riff non rientrasse nei canoni del genere certificava che quel gruppo fosse out. Non capivo un cazzo. Ere geologiche, fa. Ross Farrar e Anthony Anzaldo hanno pian piano portato la creatura Ceremony in un universo sfarzoso fatto di anni ’80, sintetizzatori sgargianti, chitarre serrate e bassi new wave pulsanti: un dito medio a tutti quelli che ancora si aspettano le urla scorticanti che li resero celebri nella scena powerviolence dei primi anni 2000. C’è proprio da dire from another age.


Punch Line: Stuck inside a self-machine. Trying to find a way to exist.


#11 The Comet is Coming - Blood of the Past.


Il sassofono di King Shabaka è sinuoso come un cobra e come un cobra è capace di avvinghiarsi senza lasciarti respirare. Una psichedelia jazz costruita su una base sabbiosa e rovente di synth surreali, dove si incastona come contraltare il gelido spoken word di una sciamanica Kate Tempest che profetizza un futuro distopico fatto di neon asettici e orizzonti sempre più oscuri. E da soli, comunque, valevano il biglietto del C2C 19.


Punch Line: Imagine a culture that has, at its root. A more soulful connection to land and to loved ones. But I can hear the lie before you speak. There is nothing but progress to eat. And we are so fat and so hungry.


#10 Frail Body - Your Death Makes Me Wish Heaven Was Real.


A un minuto e 28 secondi c’è il motivo preciso per cui questa piccola band da Rockford, Illinois entra nella top #10. Ad etichette discografiche come la Deathwish sarò sempre legato per avermi fatto scoprire la stragrande maggioranza dei gruppi punk che ascolto ancora oggi, quindi quando dal cilindro compare una new entry di questo calibro che fa veleggiare l’esasperazione screamo su armonie tormentate degne di nomi ben più altisonanti della scena, posso solo dire chapeau.


Punch Line: The ones before us they once said, “Those are incarnate watching us”.


#9 James Blake - Into the Red.


Bastano 38 secondi per innamorarsi? La risposta è sì. O, perlomeno, sono sufficienti al sottoscritto per avere fitte allo stomaco dovute al romanticismo del genio londinese. Assume Form è James Blake spogliato dall’essere il solito James Blake. Se poi sai comporre a occhi chiusi e durante un salto triplo carpiato, il risultato è la dichiarazione d’amore più spontanea e sincera che si possa volere aka “Into the Red e i suoi 38 secondi iniziali.”


Punch Line: What I have will believe you until now. Even doing nothing I am making the most of somehow. And the credit goes to her. As the bad days become rare.


#8 La Dispute — Rhodonite & Grief.


Ho stima profonda per Jordan Dreyer. Buttarsi a capofitto nel fare il cantante di una band di estrazione emo/post-hardcore decidendo di non cantare, non urlare, non sbraitare, ma di recitare short poem sottoforma di spoken word l’ho sempre trovata una scelta titanica: che cazzo di memoria devi avere? Un pezzo che ci fa riflettere e ci fa scoprire come sia naturale non essere all’altezza nel supportare il lutto o i drammi altrui. Poi a 1:38 compaiono loro. Quei fiati che ti riscaldano e provano a placare un senso d’inaguedatezza che sfocia nella disperazione. Un bel macigno emotivo, insomma, per una delle cose più belle mai composte dal gruppo di Grand Rapids, Michigan.


Punch Line: You said: “I don’t want to stay alive to watch the words go first like hers”. Lifetimes. Lived and died.


#7 State Faults - Cemetery Lights.


Se si parla di reunion dopo anni di pausa, io sono il più scettico di tutti. Per gli artisti non ne faccio un discorso economico, ma di pura ispirazione creativa. Quindi, quando i californiani sono tornati in carreggiata dopo 6 anni di break-up, un po’ di timore ce l’avevo. “Resonate/Desperate” rimarrà per sempre una delle perle dello screamo anni 2000. Come raggiungere tale asticella? La risposta sta nell’urlato di Johnny Calvert-Andrew che raggiunge i decibel di un Boeing 747 pronto al decollo. Un’intensità straziante per corde vocali, emotività e il degno sipario di una rinascita con i fiocchi.


Punch Line: Softly singing psalms. In moon light. Shedding my skin Rejoice in the reverie.


#6 Fontaines D.C. - Sha Sha Sha.


Lassù da qualche parte Joe Strummer sorride. I Dubliners non sono più quelli di James Joyce, ma questi ragazzi giovanissimi che, guarda a caso, incidono per l’etichetta degli IDLES. I rimandi di quel punk alla Clash e di certe cose alla Smiths si proiettano con una macchina nel tempo in uno dei must listen del 2019. Un concentrato di ironia dissacrante, disillusione e di sottobosco urbano, in cui la spontaneità naïf del canticchiare shashashasha ti si pianta in testa e da lì non si leva più. Come tutto “Dogrel”.


Punch Line: You’re so real, I’m a show reel.


#5 Counterparts - Ocean of Another.


Io ho 28 anni, se mi conosceste per la prima volta, non lo dico per ego, difficilmente azzecchereste la mia età. Un paio di mesi fa un cameriere mi ha dato 23 anni. Il taxista sabato mattina mi ha detto “torni dalla mamma prima degli esami?”. Per non parlare dell’omino Deliveroo che non voleva darmi la birra perché secondo lui avevo meno di 18 anni. Ecco. Ma perché vi sto dicendo tutto questo su un pezzo hardcore melodico di una band canadese? Perché loro sono il mio rifugio segreto che mi trascino dagli anni universitari. Con quella sferzata di emotività tipica del vento dell’Ontario che fa molto teen nei suoi early 20’s, quando i breakdown e i crescendo melodici si abbracciano in “Ocean of Another”, io deflagro come se avessi di nuovo 20 anni.


Punch Line: The scars that you keep secret were placed upon my limbs And I would fill them in with my flesh if I could.


#4 Bon Iver - Naeem.


Prendi una cicatrice fresca. Mettici del sale sopra. E soffri. Justin Vernon su di me ha sempre avuto un effetto di questo tipo. Se poi la sua essenza più cristallina e moderna, si incanala in un brano che preme sulla ferita di una società un po’ troppo narcisistica, e cerca di guidarci attraverso uno specchio che riflette le nostre debolezze, abbiamo l’ennesima testimonianza di umiltà straight outta Eau Claire. Un inno al non sentirsi onnipotenti dove il buon Justin vince di nuovo, nel suo mosaico di sfumature multicromatiche.


Punch Line: I can hear, I can hear. I can hear, I can hear crying.


#3 Brockhampton - No Halo.


Quando Kevin Abstract annunciò l’uscita del nuovo progetto dell’auto-proclamatasi biggest boyband in the world, disse che il disco sarebbe stato solare e spensierato. Lo definì “estivo”. Ginger di estivo però ha solo la data d’uscita: agosto. “No Halo” con i suoi arpeggi delicati di chitarra acustica a sorreggere il beat diventa la testimonianza del fragile equilibrio tra sanità psichica e i riflettori di Los Angeles, per dei ragazzini di San Marcos, Texas: 60.000 anime a contarle tutte.


Punch Line: Went to church for the hell of it, stumbled in drunk as shit. Been goin’ through it again. Been talkin’ to myself, wonderin’ who I am.


#2 Cult of Luna - A Dawn to Fear.


Siete mai stati proiettati in un universo cinematografico ascoltando musica? Se la risposta è sì, gli svedesi sono una tappa obbligata nei vostri ascolti. Ritiratisi su un fiordo norvegese per registrare in santa pace, accantonate le ispirazioni a Fritz Lang o Stanley Kubrick, slegati da ogni ideologia di concept album, i Cult of Luna tirano fuori l’asso nella manica di una carriera che ricorda un kolossal. Nella title-track synth e organo obliterano il growl di Johannes Persson e vi fanno addentrare nella foschia densa di sussurate atmosfere post-apocalittiche che vi esploderanno in faccia come nel mondo plumbeo di Blade Runner 2049.


Punch Line: The skyline marks a border. To what never will return. Rage keeps the fire burning. The blood seals our bound.


#1 The Murder Capital - Feeling Fades.


Il nome dell’album è ispirato a una poesia di John Keats. Ok, avete la mia attenzione. Intervistati se la son presa con il lazy journalism musicale che incuba gruppi e artisti dentro blocchetti di Lego pre stabiliti. Ok, avete di nuovo la mia attenzione. Sono amici dei Fontaines D.C. Ok, ascoltiamo: “When I Have Fears” è il mio disco dell’anno. Il baritonale nevrotico di James McGovern sembra sempre sull’orlo del precipizio, lungo la spina dorsale del disco si respira una polverosa intimità. C’è un velo di decadenza, quasi contemplata, ammaliante, ma anche tanta rabbia che ribolle. Ribolle ed esplode in quel lalalalalalalala di “Feeling Fades” che è così dannatamente catchy, che… lalalalalalalala.


Punch Line: So, yet, we float together, and with the change in the tide, we float together.


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