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19 PEZZACCI DEL 2019



19 Fine Line - Harry Styles

Per leggere questo blog è necessario imparare due cose: non bisogna mai considerare soltanto l’autore e bisogna portare rispetto per chi, dall’età di 16 anni, porta in giro la sua musica esibendosi davanti a decine di migliaia di persone. In ogni caso Enrico Stili aveva già dimostrato di voler redimersi per il suo passato, tradire la sua fanbase di ragazzine e urlare a noi spocchiosi che forse dovremmo provare ad ascoltarlo.

Fine Line ha tutto quello che serve per farmi andare giù di testa, una struttura climatica che esplode con un’attacco di batteria raffinatissimo, dei test semplici, martellanti, che comunicano la complessità delle relazioni solo attraverso i cambi di intonazione, una tromba di sottofondo che un po’ ci ricorda un giovane Bon Iver.

Dicono di lui “ma non può averlo registrato con la batterista donna”.



18 Milano - Russian Circles

Forse l’unico pezzo in questa lista che puoi mettere su quando sei incazzato nero. E questo 2019 occasioni per incazzarsi ne ha offerte parecchio. Soprattutto quando è uscito l’album dei Russian Circles, un po’ troppo metla e un po’ troppo poco post. Un album che non dice niente che già non sapessimo del trio dai giri di chitarra ammalianti e dalla batteria più potente e creativa del panorama mondiale. In questo album le chitarre si fanno più marcatamente oscure e violente, mentre Dave, alla batteria, continua a ripetere se stesso all'infinito senza offrirci quello per cui lo amiamo di più, l'innovazione. Milano si salva per una struttura ben congeniata, che varia tra l’aggressivo di chi vorrebbe spaccare i denti ai milanesi al rimuginare ossessivo di chi vorrebbe semplicemente imbottigliati nel loro stesso traffico.

Dicono di loro “ma hanno fatto un featuring con la batterista marcia di Chelsea Wolfe?”



17 Mountain of Madness - City and Colour

Ritroveremo più avanti questo capolavoro di disco, dal suono velatamente glam rock, attualizzato grazie alla voce più pulita, potente e dinamica dell’unico e solo Dallas Green, ma Mountain of Madness si merita il numero sfortunato della classifica in qualità di pezzo più cupo e negativista dell’album. Potrebbe starci parlando infatti della fatica e della futilità della scalata al successo, vista dagli occhi di un uomo di mezza età, che ha avuto grandi successi e riconoscimenti, che ha saputo mantenere un’integrità musicale e ci ha offerto alcuni tra gli album più toccanti degli ultimi anni, ma che, come tanti, si sente perso in asfittici giri di chitarra stratificati.

Ricordati che ain’t no victory worth paying such a cost, once the final bell has rung. You’ve earned less than what you lost.



16 No Stress - Tycho

Questo è l’anno delle voci femminili. Forse perché è lo stesso anno in cui ogni film d’avventura vede una donna forte come protagonista. Ma a Saint Sinner va riconosciuto l'aver compiuto con successo la sfida più ardua: rendere un pezzo di Tycho così comunicativo da poter essere ascoltato non solo in auto, ma anche come sottofondo in uno speakeasy.

Dicono di lui: “è l’album più brutto di Tycho”, ma non capiscono niente poverini.



15 Argentovivo - Daniele Silvestri ft. Rancore

Erano anni che non ci trovavamo davanti agli occhi - o nelle orecchie - una canzone italiana il cui testo sembra avere un senso compiuto. Eppure Argentovivo non sembra solo avere un senso, ma sembra addirittura indicarcelo. Perché nell'era dei genitori preoccupati del latte artificiale a base di trap a cui vengono esposti i propri figli, Daniele Silvestri, si quello che faceva le canzoncine in rima baciata, presenta un'amara e onesta visione sull'educazione 2.0.

Alcuni scrivono "Grande ritorno di Manuel Agnelli; dopo il successo di X-Factor ora sa anche fare i cori".


14 Bliding Lights - The Weeknd

Chiunque abbia ascoltato questo pezzo uscito a cavallo tra '19 e '20 si è augurato che sia una dolce entree del nuovo anno. E per quanto sappia marcatamente di anni '80 e sembri uscito da un Perturbator del 2016, non possiamo non lasciarci ammaliare dal preludio del nuovo album dell'uomo con il più alto livello di swag sulla faccia della Terra, e non inchinarci davanti all'ennesima polemica dance di un canadese di Campton.



13 Dawn Chorus - Thom Yorke

Sono anni ormai che ho perso la simpatia per i Radioeahd. Non che io metta in discussione quello che di buono hanno fatto, è solo che non amo il loro fanclub. Mi è sempre sembrata una scelta troppo facile quella di indossare il loro merch. Mi sembra come dover scegliere tra andare a messa la domenica o a servire da mangiare alla Caritas. E ricordi la regola? Non bisogna mai considerare solo l'autore.

Quindi ero partita ad ascoltare l'album solista di Tommaso imponendomi di trovare ragioni per odiarlo. E per quanto io abbia fatto tutto ciò che è in mio potere per notare solo i difetti di un pezzo come Dawn Chorus, le sue scelte vecchie, straviste, strapassate, non riesco a non farmela non piacere. Di nuovo, lo avrai capito, con un pezzo martellante, ripetitivo, minimalistico, una voce delicata, sussurrante, soliloquiente, mi si conquista facilmente.

Qualcuno dice di lui: "La versione di Brian Eno è un po' più allegra".


12 Retrograde - Maggie Rogers

Heard It in a Past Life è forse una delle eredità più preziose del 2019: pezzi ben arrangiati, ben prodotti, dai suoni curatissimi, ma soprattutto ben scritti. Scritti da una giovane e bellissima donna dalla voce e dalle capacità maturissime. È un disco uscito a gennaio del 2019 e per quasi nove mesi di ascolto mi ha fatto sognare che il nuovo album di Taylor Swift, che sarebbe uscito a fine agosto, suonasse così. Ma di questo parleremo più avanti.

Per ora concentriamoci sul talento di Maggie Rogers, evidente e travolgente. In Retrograde c'è la sua essenza, fatta di richiami vagamente 80s, drumpad vivaci, chitarre sottili e moderne e una voce potente, piena e mai scontata, che canta le sue storie d'amore andate, come un 1989 d'altri tempi.



11 Slide Away - Miley Cyrus

Il 2019 è stato l'anno di un'altra grande storia d'amore finita, quella tra Miley Cyrus e il country, ma anche tra Miley Cyrus e il suo storico (e stoico) compagno Liam Hemsworth. Nel primo caso ce ne siamo accorti ascoltando il suo schizofrenico e affascinante album She is Coming, nel quale mischia rap, punk e folk. Nel secondo caso non poteva esserci modo più forbito e intrigante di scoprirlo di Slide Away, un pezzo tenuto in piedi unicamente dalla sua voce, sempre più matura e sempre più rock, innegabilmente incredibile.

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10 Out of Time - Noah Gundersen

Si inizia a parlare di vera classifica solo dalla decima posizione in su. E per aprire la vera classifica non può mancare Noah Gundersen. Ancora un'altra volta mi tocca parlare di un pezzo martellante, scarno di tutto, di bpm, di batteria, della struttura strofa - ritornello - strofa - ritornello. Questa canzone è un cerchio, in cui tutto ritorna: le sporadiche note di synth, uno o due accordi del violino di Abby Gundersen, le domande irritanti che balzano alla testa alla fine di una relazione ma soprattutto una ex. Siamo fuori tempo, perché il tempo in questo pezzo non esiste e continua a essere, come i versi ripetuti negli strazianti acuti di uno dei songwriter più sottovalutati degli anni '10.



9 Power On - James Blake

Il 2019 è stato l'anno in cui James Blake ha imparato a districare la complessità dei suoi pensieri e del suo songwriting, realizzando un album corposo, variegato, ricco di virtuosismi, di featuring casuali su suoni curatissimi.

James Blake è innamorato e sente. Il suo è un bisogno di raccontare la liberazione che deriva solo dal sentirsi apprezzato, non più soltanto da degli hipster omosessuali. Power On è un inno di speranza per chi ha conosciuto la solitudine, per chi ha portato il peso dell'incomprensione e per chi pensava di non riuscire a far colpo su Tinder per via delle proprie orecchie a sventola.



8 London Boy - Taylor Swift

Il 2019 è l'anno di un'altra grande innamorata rincretinita. Ho sempre pensato che la felicità non facesse bene al processo creativo e Lover di Taylor Swift ne è un perfetto esempio: un album dannatamente allegro, spiritoso, colorato come il suo booklet, e, a differenza degli anni della sua autrice, velatamente infantile. I pezzi sono diversi da quelli sentiti in Reputation solo per via della mano di vernice rosa di cui sono ricoperte. E se è vero che da questo album mi aspettavo una vigorosa virata verso un cantautorato più adulto, serio, profondo e in qualche modo sacrale, è anche vero che anche quando sceglie di fare quello che vuole, senza ripicche o secondi fini, la zia Taylor continua a essere l'unica grande songwriter in grado di farti imparare a memoria ogni più stupido pezzo dopo soli tre ascolti.



7 Where Is Her Head - The National

Il 2019 è stato un anno difficile e, per certi aspetti, deludente. Una delle delusioni musicali più scottanti l'ho ricevuta da I Am Easy to Find. I The National stavano facendo tutto giusto, un'art direction commovente, una testimonial adorabile e dei cortometraggi al tempo stesso criptici e viscerali. Peccato che abbiamo messo insieme 51 minuti di coretti di voci che, messe vicine, stonano e disgustano più di un bouquet dai troppi fiori diversi. Where Is Her Head è forse uno dei tre pezzi con la solita, intricata, incomprensibile ed esplosiva batteria di sempre, che, da sola, accompagnata unicamente da una delle vocine meno protagoniste dell'album, ci riporta indietro ai tempi di Hight Violet e ci regala una moderna ninnananna, che vorremmo sentirci cantare ogni volta che ci innamoriamo.

La domanda sorge spontanea "dov'era la testa di Matt Berninger quando ha pubblicato sto disco?"



6 Uncomfortably Numb - American Football

Non sono mai stata esageratamente fan della batteria virtuosa e dalla voce stonata degli American Football, ma la delicatezza di Uncomfortably Numb mi ha conquistato. Dal morbido giro, al tappeto di chitarra e tromba, all'incastro perfetto tra la voce tagliente di Mike Kinsella e quella potente di Hayley Williams: tutto di questa canzone sembra essere fatto per donare un po' di dolcezza nei momenti meno scontati. Nel mio caso, mi ha tenuto compagnia in uno scomodo letto di un ospedale e alla fine I've made new friends in the ambulance.


5 Robin Williams - Noah Gundersen

Prendi la tragica storia di Robin Williams, mettila in una sapiente rima alternata, dalle il ritmo di un'accennata chitarra acustica, cantala con la voce pulita e calda di Noah Gundersen e otterrai il pezzo più ascoltato del mio 2019. Perché con questo singolo Noah è tornato dopo un disco rock, potente e incazzato, per parlarci di morte, dolore, delusione, fatica, frustrazione e di quanto è difficile trovare qualcuno che ha davvero voglia di ascoltare.

Beh, io penso di averlo fatto.

Scrivono di lui questo magnifico post.



4 Want You in My Room - Carly Rae Jepsen

La quarta posizione a una canzone sciocca e leggera come Want You in My Room ti sembrerà strana. Cosa può mai c'entrare con lo stoicismo? L'intera storia di Carly Rae Jepsen ha in sé un po' di stoicismo. Perché nonostante abbia sfornato tre album clamorosamente catchy, fatti di pezzi irresistibili, migliorandosi e raffinandosi ogni volta, rimane tutt'ora una delle artiste più sottovalutate del panorama pop.

Ma soprattutto due minuti e quarantasei di coretti di Jack Antonoff, di batteria elettronica super 80s, di una chitarrina alla Cure, in un anno di merda come il 2019, fanno bene a tutti.


3 Fuck The Rain - Ryan Adams

Che il 2019 sarebbe stato un anno oscuro e tenebroso lo si era capito quando Ryan Adams, che aveva 5 nuovi album e un tour mondiale pronti in canna, si è trovato costretto ad annullare tutto per alcune accuse di molestie sessuali.

Non sono un'esperta della legge, ma so per certo che mandare sms spinti a delle minorenni è meno grave di spezzare il cuore in mille pezzi a ogni nota che si intona. Quindi si, Ryan Adams è colpevole, colpevole di mettere insieme canzoni strappabudella e di averci fatto assaggiare un album che poteva essere uno dei più incredibili del decennio.

Fuck the rain, fuck le molestie sessuali e fuck il 2019. Everything is fine, can you stop? Can I be alive?



2 Difficult Love - City and Colour

Nulla nel 2019 suona come questo pezzo di Dallas Green. Perché nulla suona così moderno, così elegante e al tempo stesso così retrò e così orecchiabile come i raffinati strati di chitarra di questo pezzo, accompagnati dalla sua unica, straordinaria voce, che da sola saprebbe riempirti l'anima e curarla da ogni suo male. What if I have nothing left to heal you with? Non potevi scrivere una cazzata più grossa, Dallas.

Dicono di lui "potrei stare qui a spiegarti la rava e la fava, ma ascolta sto pezzo e preparati a consumarlo."



1 Faith - Bon Iver

Se dovessi trovare il lato migliore di questo 2019, annovererei senza riserve il ritorno di Bon Iver in un album che, per quanto mi riguarda, era esattamente ciò che avrei voluto da lui. Un album più magro e ad alta digeribilità rispetto a 22, a Million (di qui ti parlavo qui), in cui il bisogno di dimostrare, anzi, di mostrare il futuro, si perde, lasciando spazio a pezzi estremamente comunicativi.

Con Faith ci chiede di esser coraggiosi e di avere fede, di non pensare a tatticismi, a strategie e a mosse di potere, ma di appassionarci e di commuoverci. E voglio credere che non si stia riferendo a relazioni umane, ma a se stesso: un vate che a questo pezzo rimette ogni suo avanguardistico sforzo, liberandosene, alleggerendosene, per regalarci infine qualcosa semplicemente, istintivamente, visceralmente, da amare.



Qui la playlist completa.

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